Traducendo I Calligrammi di Apollinaire, nel rispetto dell’originale, al di là delle corrispondenze sintattiche e semantiche, ho cercato nell’italiano le parole che più mi paressero ubbidire al senso di quanto non è traducibile, quel filo d’anima che lega un granulo di significato all’altro granulo, ossia la stessa sostanza poetica. Nonostante l’apprezzamento espresso da Giovanni Raboni in una bella lettera (era il 2002): A me sembra decisamente un buon lavoro, motivato da un atteggiamento di fondo giustamente non-esibizionistico (capita molto spesso, a chi traduce ed è poeta in proprio…), ma non privo di soluzioni coraggiose […] il timore di avere troppo osato è stato motivo di un’opera tenuta nel cassetto per ben più dei nove anni raccomandati da Orazio. Ma Orazio, nella sua Ars poetica continua: Delere licebit quod non edideris. Ed io distruggere non ho voluto. Ringrazio quindi Arcipelago itaca Edizioni, nella persona di Danilo Mandolini, per avere dato l’opportunità alla mia voce di traduttrice di lanciarsi all’esterno, non tornando più indietro: nescit vox missa reverti. Propongo qui una scelta di trentadue componimenti (testo originale e versione in italiano a fronte) dove l’intento dichiarato in apertura di questa nota credo abbia trovato l’occasione in assoluto migliore per compiersi. Dedico il mio lavoro (tutto e dunque anche quest’ultimo che “vede la luce” oggi) alla memoria di colui al quale lo devo: il mio maestro – maestro anche di traduzione – Franco Scataglini.

 

Norma Stramucci, marzo 2016

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