DEL CELESTE CONFINE

Un percorso a tappe segna il viaggio dei protagonisti verso la mèta che coincide con la salvezza. Ilaria e Andrea, i prescelti, si fanno inconsapevolmente carico di rendere possibile che il dio Lamor conceda il perdono al mondo, restituendogli i colori dei quali, a renderne evidente la colpa, lo ha privato. L’esplicazione dell’allegoria induce a identificare con il grigio nel quale questa umanità è avvolta, l’attuale degrado dell’ambiente che però è solo il simbolo dei tanti “peccati” compiuti. La maggiore colpa dell’uomo è forse infatti quella della presunzione che il dio punisce con la lusinga del sogno che lo rende quasi ebete, prima di privarlo, ancora bambino, della vita stessa.

Non si ricerchi in ciò nessuna sorta di femminismo, di esaltazione dell’incorruttibilità dell’indole femminile: alle donne, che assistono alla morte dei figli, spetta la pena maggiore. D’altra parte uomo è Andrea, il ragazzo inspiegabilmente salvo e puro che solo conosce la musica, il mezzo con il quale il dio Lamor gli permetterà di salvare il mondo.

Nel poemetto, dove continua è l’alternanza del bene e del male, la geografia del viaggio non è certo contingente: si passa dal paese dell’amore, una sorta di paradiso terrestre, a quello dell’eterno dormire in un deliberato continuo purgatorio, al luogo dimora dell’Hùtama, divinità diabolica;   e la stessa realtà di luoghi come Recanati o la valle del Sangro, appare senza tempo; ma sono quello che conta, quasi a rappresentare il fulcro dell’universo dal quale Ilaria e Andrea partono per varcare il limite dell’ultimo orizzonte, o meglio,  del celeste confine che separa l’uomo non dall’infinità del tempo e dello spazio, e nemmeno dal regno del Lamor, ma simbolicamente, dalla presa di coscienza di come la vita dovrebbe essere vissuta.

Il metro scelto a narrare la vicenda è quello tipico dell’autrice, che combina la sua libertà con i vincoli delle misure classiche, così come il lessico della quotidianità si accosta a termini inusuali che danno il senso della fiaba. E’ così infatti che si potrebbe definire questo racconto-metafora in cui certo non si rimpiange un roussoniano stato di natura, ma ci fornisce lo spunto per una meditazione che comunque, nonostante la sua implicita morale, non ha nulla di retorico.

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