INTRODUZIONE DI ROMANO LUPERINI

In margine a "Erica"

 

    La brevitas, il rigore epigrammatico, è il tratto che Norma Stramucci deriva da una linea che da Penna giunge all'anconitano Scataglini. C'è una pulizia espressiva, qui, un massimo di concentrazione risolta in nitore. Anche la tendenza a una leggerezza incantata che assorbe in sé un realismo quotidiano nasce da questo filone. E ne risente pure la metrica esatta e varia, fondata sull'alternaza di ritmi endecasillabici e settenari a quelli scanditi sul ternario (senario + novenario), resa possibile, magari, dall'uso dell'ottonario come momento di passaggio o di snodo dagli uni agli altri. La Stramucci vi aggiunge poi il riferimento ai miti panteistici della poesia americana da Whitman a Marianne Moore (e certo non manca, su un altro versante, l'influenza di Emily Dickinson). Il che le concede di superare il carattere occasionale dell'epigramma e di tendere a una sorta di frammentato poema. Erica, infatti, non è una raccolta di testi slegati, ma un'opera serrata, compatta e conchiusa.

    In questo libro il mito greco classico e quello esotico indiano (ma anche quello delle leggende medievali del Re Artù e del Sacro Graal) possono congiungersi ai temi quotidiani e domestici: l'interno di un'auto, il giardino di casa, i figli, le piante, gli insetti, il gatto che mangia il cibo in scatola. Il Whiskas può comparire così accanto a Zeus e alle preghiere Tewa. Motivi che affondano le radici nel simbolismo romantico e decadente (e già presenti nel tardo Prati di Psiche e di Iside) vengono svolti in modo niente affatto simbolistico, e con una fedeltà, invece, a un mondo concreto e limitato di oggetti e di persone. D'altronde il titolo, Erica, allude a una sorta di panismo (l'autrice dichiara di amare "i tanti rami dell'erica", "ognuno"  dei quali "m'è parte,/ e ognuno va distante dall'altro"), ma esso poi unisce l'Indo o l'Orange all'orizzonte modesto di una cucina, dell'abitacolo di un'auto, di un giardino domestico. Gli stessi artifizi metrici o retorici (fondati soprattutto sul gioco delle allitterazioni, delle assonanze e delle consonanze) tendono a risolversi non nell'allusività del simbolo ma nella levità con cui si registra una sensazione puntuale: si veda a questo proposito la conclusione del primo testo (uno dei più alti del libro), che non punta sul carattere ineffabile dell'impressione (come sarebbe, per esempio, in Pascoli e poi nell'ermetismo), ma sulla datità dell'avvenimento, con i suoi echi profondi ma anche con la sua dimensione di situazione reale.

    D'altronde la Stramucci sa bene che "Ci sono mele e mele: / c'è la mela d'oro / e c'è la mela conficcata / sul dorso di Gregorio": c'è il mondo fantastico del mito e della leggenda ma c'è anche quello cupo e oppressivo di Kafka. L'autrice vorrebbe, certo, nutrirsi "di pane e d'armonia"; ma il suo sogno incantato deve pur misurarsi con l'immagine angosciosa dei due lupi che vanno dietro al sole e alla luna per inghiottirli. Erica è anche il resoconto di un idillio di continuo cercato e sempre minacciato. L'opera che comincia con la sensazione dello spontaneo adagiarsi notturno delle foglie di acero sul prato si chiude con le immagini della mela sul dorso di Gregorio Samsa e dei lupi che turbano l' "anima di fanciulla" dell'io poetico. Che i nostri figli vadano protetti da un'insidia incombente (motivo ricorrente del libro) è intuizione il cui peso di realtà non manca di gravare su questi versi, pur splendidi di leggerezza.

 

Romano Luperini

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