L’ultimo libro pubblicato è Del celeste confine, Manni, Lecce, 2003. Anche in questa opera, come nella precedente, non mancano immagini di indubbia genuinità poetica (“sembra nasconda foglie rosse d’autunno / oppure un bosco fresco d’estate e di pioggia”, I). Il II capitolo, o canto, del romanzo in versi o della fiaba allegorica (varie possono essere le definizioni del genere letterario a cui appartiene la silloge) sembra una litania a causa del verso “Lode al Lamor…” più volte ripetuto. Si parla di tanto in tanto di Recanati e di un misterioso “maestro dei colori”; i simboli si infittiscono, si passa a vere e proprie allegorie in modo che nulla vieta al lettore di sentire rievocato, dietro l’immagine dell’uccello Eutimio, il grande Recanatese, Leopardi in persona. Il III canto offre immagini –per il loro carattere surreale- degne della più stravagante (si usa l’aggettivo in senso etimologico) tela di Bosch; all’inquietudine che provocano spesso i quadri di questo pittore si è qui ricondotti per una diversa via, un diverso motivo: quello per cui in tutta l’opera i bambini maschi sono costretti a morire. Molto bello è l’incipit del VI: “Muore il giorno nella sera…”. La morte, d’altronde, è un’ombra e allo stesso tempo una presenza che sinistra aleggia sempre e ovunque fino a quando s’impone il riscatto, la conquista e la vittoria finale: il potere del canto, e quindi della poesia, sconfigge il male, l’aridità, la morte, la Hùtama … Il X è il canto della terminologia scientifica; esso risulta interessante sul piano del lessico e della riuscita e della novità: non era facile scrivere di “elettroni” e di “ioni” in armonia con lo spirito dell’opera, ma il capitolo in questione risulta omogeneo con il resto di essa. Il XIV è il canto della terminologia musicale (“il liuto, il sistro, il litofago, il monocordo, il dulcimero”). Tutta l’opera, infine, è il resoconto di un viaggio che i protagonisti fanno, scortati dal “maestro dei colori”, degli incontri con le varie creature del mondo fantastico evocato, e dei dialoghi che con esse si sviluppano; è il mondo dell’irrealtà, del sogno, la cui chiave di lettura si trova nel canto conclusivo, e precisamente nella figura del “maestro dei colori” intento a radunare gli appunti presi in itinere  (“Il suo concetto armonico implica infatti la conoscenza e l’applicazione / della precisa struttura metrica e sintattica… / dell’oniricità”), per cercare di dar vita e di forgiare un canto e un linguaggio che siano nuovi.

 

Maurizio Marota

 

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