NOTA DI MASSIMO RAFFAELI

 C’è uno spazio recluso, appena violato da tagli di luce calante, un perimetro di usuali esperienze, minime peripezie, domestiche; e c’è un privato repertorio di oggetti che quel filo di luce elettrizza, sfiorandoli, o smarrisce, sbadatamente trascurandoli. Presenze vicarie, cui è affidato l’alternarsi di euforia e depressione, percettibili come inopinate epifanie o piccoli sinistri autodafè. Oggetti che possono scampare oppure perdere ma dal cui reticolo non è lecito trascendere. Lo sguardo che ne insegue, più spesso ne indovina, la luminosità, il biancore, si sprigiona dal margine, vigila al margine, offeso e ancora irrequieto. Lì si definisce, in quel limite ingombro ed opaco prende identità, connettendosi a una voce, la parola di Norma Stramucci. Che si dà dissimulata negli oggetti, quasi per sottrazione, nel perfetto pudore di chi ancora si sente uno spino di troppo.

        Una voce che comunque avverte la liberazione e già l’inevitabile castigo della forma: l’impostazione è naturale, una pronuncia affettuosa ma di timbro rilevato, la misura quella del mottetto (che può ulteriormente rattrappire in epigramma, nello scatto d’una sola battuta) sostenuta da un metro, l’endecasillabo che si dilata in esametro, di sorprendente duttilità; il lessico, pure trattenuto sul registro mediano, denota un nitore, si direbbe un’educazione alla concretezza, alla nettezza delle cose nominate, che certo le proviene dalla prossimità, non solo geografica, d’un maestro quale Franco Scataglini, nei cui seminari la Stramucci è venuta precisando la sua fisionomia.

         Nominare le cose non significa necessariamente salvarle, ma almeno trattenerle dalla fuga temporis, per un lungo decisivo istante davvero possederle, acquisirne il senso in quella momentanea estasi che è d’ordine sia acustico che grafico. La parola, arrischiandosi, scalfisce il grigio freddato sulle cose, anela a un colore che le faccia o le rifaccia vere, proprie. Il bianco, l’ossessione del bianco (tulle di sposa, fiore, biancheria di bucato), del senso sorpreso dentro lo spento dilagare del grigio, della dissipazione quotidiana. Come è scritto in una clausola leggibile alla stregua di una dichiarazione di poetica, o d’un viatico struggente: 

E tutto è bianco ciò che non dura.

         

Massimo Raffaeli

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